I paesaggi d'alta quota e i rifugi alpini

 

 

...anche quando il monte sarà deserto, la piccola casa rimarrà ad attendere il possesso dell’uomo; si coprirà di ghiaccio nel lungo inverno; scricchiolerà sotto i colpi della bufera come una navicella sul mare infuriato; ma, passato il mal tempo, ritornerà a sorridere lieta e ospitale in un’atmosfera nuova.

 

La citazione di Guido Rey riferita ai rifugi alpini ben restituisce il profondo e intimo legame tra artefatto umano e severità di un ambiente naturale estremo. I rifugi e i bivacchi rappresentano infatti, come ci ha ricordato in più occasioni l'antropologo Annibale Salsa – già presidente del Club alpino italiano dal 2004 al 2010 -, un presidio territoriale nelle terre alte, oltre il limite dei paesaggi antropizzati o "addomesticati" per finalità economiche (dai boschi e pascoli ai playgrounds per il turismo di massa o d'élite).

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Fig 1-2 La Monte Rosa Hütte nel 1918 e oggi: si noti l'abbassamento di quota del ghiacciaio del Gorner .

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 Fig 3 Vista invernale del versante nord del Monte Rosa con, in basso al centro, la Monte Rosa Hütte: l'impatto visivo del rifugio è minimo .

Talvolta il primato è condiviso con - poche - altre infrastrutture: piccoli fabbricati di servizio, antenne, apprestamenti militari, attestamenti d'impianti meccanici di risalita su fune o ferro. Spesso, tuttavia, quando collocate in ambiti remoti, le strutture di servizio all'alpinismo rappresentano l'ultimo baluardo, l'avamposto della cosiddetta civiltà (carattere che, in passato, ha rivestito anche spiccate valenze politiche). Infatti, se analizzati in prospettiva storica, nella loro forma fisica e soprattutto nel sistema dell'offerta ricettiva i rifugi rivelano, nella dialettica tra modalità urbane e "rurali", quanto possano subire l'influenza di modelli omologanti e quanto invece sappiano discostarsene in termini di "alterità". Ed è proprio nell'originalità dell'offerta di ospitalità che occorre riconoscere una peculiarità dei rifugi rispetto ad altre strutture di accoglienza. Peculiarità che è necessario tutelare e valorizzare.

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 Fig 4 La conca del Freboudze, dove sorge il bivacco Gervasutti alle Grandes Jorasses, tanto noto quanto discusso a causa della sua radicalità formale. Dal punto in cui la foto è scattata - a meno di due ore a piedi dalla meta - la struttura si può già scorgere a occhio nudo ma è sostanzialmente impercettibile (© Stefano Girodo).

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Fig 5. Analogo discorso per il rifugio Dalmazzi al Triolet (gruppo del Monte Bianco). Dal punto in cui è scattata la foto il rifugio dista mezz'ora ma risulta assai mimetizzato tra le rocce (© Luca Gibello) .

Nella percezione visiva del paesaggio montano, poi, rifugi e bivacchi consentono d'introdurre un'unità di misura di riferimento; in altre parole, essi garantiscono una scala dimensionale rispetto a cui valutare distanze, altezze, profondità. Allo stesso modo, permettono di esprimere valutazioni in termini d'impatto visivo dei manufatti dal punto di vista dell'inserimento ambientale. Si tratta d'impatti solitamente irrilevanti, se confrontati a quelli generati da infrastrutture di comunicazione, sbarramenti artificiali o, impianti di risalita e d'innevamento artificiale, piste da sci. Inoltre, analizzando il rapporto tra sito e collocazione del manufatto (suo addossamento o meno ai declivi naturali, esposizione, progressive traslazioni), si possono meglio comprendere le "reazioni" e modificazioni dell'ambiente nel corso del tempo: frane, smottamenti, cadute di sassi o di valanghe. In taluni casi, poi, il rifugio è la più evidente cartina di tornasole che rivela i cambiamenti climatici. Basti pensare alle strutture edificate all'inizio del secolo scorso sui bordi o al limitare dei grandi ghiacciai alpini: da quello del Belvedere in Valle Anzasca a quelli elvetici del Gorner o dell'Aletsch. Tali ricoveri, a distanza di circa un secolo, hanno totalmente perso il contatto con le superfici ghiacciate, ormai lontane alcune decine di minuti a piedi od abbassatesi di oltre un centinaio di metri di quota.

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Fig 6-7 Le scale resesi progressivamente necessarie per raggiungere le Konkordia Hütten mostrano come, nell'arco di un secolo, il livello del ghiacciaio dell'Aletsch si sia abbassato di oltre 100 metri, scoprendo un'insormontabile fascia rocciosa verticale (© Luca Gibello) .


Per tutta questa sommatoria di ragioni i rifugi possono considerarsi una sorta di bene patrimoniale collettivo di natura seriale; dispositivi a reazione poetica (o di verifica scientifica) in rapporto alla percezione e allo studio del paesaggio.

Luca Gibello
presidente di Cantieri d'alta quota (cantieridaltaquota.eu)
direttore del Giornale dell'Architettura (ilgiornaledellarchitettura.com)